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Lettera sulla felicità (a Meneceo) – Epicuro

Lettera sulla felicità (a Meneceo) – Epicuro

Lettera sulla felicità (a Meneceo) - Epicuro

Lettera sulla felicità (a Meneceo) di Epicuro è un’epistola brevissima, che un padre dedica a suo figlio. Si legge in poco tempo, ma offre molti spunti su cui riflettere.

Qualche informazione su Epicuro

Prima di parlare di questo scritto, breve ma carico di insegnamenti, è bene localizzarlo nel tempo e nello spazio. Partiamo dunque dall’autore: chi è Epicuro? Nato nel 342 a.C. sull’isola di Samo, Epicuro (il cui nome significa “soccorritore”) è figlio di un maestro di scuola e una maga. Fondò una scuola ad Atene all’insegna della democrazia e dell’uguaglianza (seguì una dieta parca e vegetariana): anche per questo fu tra i filosofi più calunniati. Nel racconto della vita di Epicuro, scritta da Diogene Laerzo (che scrisse il famoso “Vite dei filosofi”), si possono leggere alcune delle accuse di cui fu tacciato. Tra queste spiccano la convivenza, allora considerata alla stregua di un peccato mortale, la prostituzione nei confronti del fratello e l’accusa, diremmo oggi, di bulimia

Il messaggio della lettera sulla felicità a Meneceo di Epicuro

Con questo testo destinato al figlio Meneceo, Epicuro ci rammenta cose molto semplici: tutti possiamo essere felici senza aver paura della morte perché rappresenta la fine naturale della vita.

“Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro.” 

Epicuro, Lettera sulla felicità (a Meneceo)

Ma come fare per essere felici? Bisogna accettare il divino in armonia con la nostra vita e capire quali sono davvero i desideri naturali e necessari. Solo riconoscendo questi ultimi si potrà davvero raggiungere la felicità tanto attesa.

Il paragone del banchetto e del convitato: è tutta qui la felicità?

Occorre sapersi accontentare della propria vita, di godersi ogni momento come se fosse l’ultimo, senza preoccupazioni per l’avvenire. La condotta, quindi, deve essere improntata verso una grande moderazione: meno si possiede, meno si teme di perdere. Un paragone epicureo che chiarisce questo suo punto di vista è quello del commensale invitato ad un banchetto, dal quale può essere scacciato all’improvviso. Il convitato saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimorso.

Attenzione, però. Il messaggio epicureo non è centrato solamente nel qui ed ora (hic et nunc). La “vera” felicità non è quella che si trova (anche) in “un bicchiere di vino con un panino”: quest’ultima è la felicità momentanea, che svanisce in poco tempo. Epicuro ci dona una visione prospettica, la chiave della felicità “vera” si trova nel perseverare, che così diabolico non è: l’’importante è saper scegliere in cosa perseverare.

Perché consigliamo di leggere la lettera sulla felicità (a Meneceo) di Epicuro?

Prima di tutto perché la Lettera sulla felicità (a Meneceo) di Epicuro è uno scritto molto breve che, sebbene scritto oltre 2000 anni fa, ha un messaggio ancora attuale. Siamo forse abituati a pensare che la felicità sia una meta da raggiungere e ci perdiamo le gioie che possiamo trovare nel quotidiano.

Un altro motivo è, banalmente, per la sua brevità: il suo messaggio è alla portata di tutti, proprio perché espresso magistralmente in poche righe. Anche chi non riesce a leggere ciò o quanto vorrebbe per mancanza di tempo, preso dalla vita di tutti i giorni, può (speriamo) trovare un piccolissimo ritaglio di tempo (magari in coda alle poste o al supermercato) da dedicare a sé stesso e cercare la propria felicità.

La Lettera sulla felicità (a Meneceo) di Epicuro è il primo libro a carattere filosofico che leggiamo insieme qui su Cuori d’inchiostro. Possiamo però già anticipare che ne seguiranno altre!

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